Non pretendo che uno porti sulla punta della lingua i segreti della sua vita … ma deve dirmelo senza parole, deve dirmelo il suo tono, la sua presenza, il suo volto, quello che fa. Quando mangio e bevo con lui, dormo sotto il suo tetto e tratto con lui, voglio sapere su che cosa poggia la sua vita, e non con parole espresse. Su tale base posso cimentarmi con banditi e cercatori d’oro, con galeotti, con senzatetto di New York, con chi vuoi.
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ma non mi posso immedesimare in colui che non sa egli stesso su che cosa poggia, che giace sopra la vita come un polipo e con uno dei suoi tentacoli succhia questo, con l’altro quello.
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in tutto quello che fanno c’e’ qualcosa di irreligioso - non so altra parola. Sono forse io stesso un uomo religioso? No. Ma vi è anche una religiosità della vita, e questa si trova in un contadino duro, parco, avaro, e può trovarsi anche in uno scellerato desperado ladro di cavalli, e trovarsi nell’ultimo dei marinai, e si può conciliare con l’estrema scelleratezza, e la fede nella bottiglia di gin può ancora essere una sorta di fede. Ma qui, fra i tedeschi colti e abbienti, qui non mi sento a mio agio. quella piccola favola mi è sembrata sempre sciocca, e ora la comprendo di colpo: quella dell’uomo del bosco, che rabbrividì e fuggì nel bosco quando sentì il contadino che una volta diceva bianco e una volta nero come se nulla fosse. Anch’io sono colto più di una volta da un brivido simile. Ma dov’è il mio bosco, in cui mi senta a casa?
—Hofmannsthal, le lettere del rimpatriato, la seconda
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