unpalombaro

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è morta la buonissima gatta. L’aveva portata un muratore tredici anni prima, nuova e garantita come gatto. C’era la guerra e scendeva nei rifugi con i grandi. Aveva molti nomi, ogni anno uno nuovo: Genoviefa come la sorella di De Sanctis, Ciandramisa perché il suo famoso pelo soriano color nuvola quando si sedeva in una angolo buio era tutto chiaro come la luna, che in sanscrito si dice ciandra (e misa è dialettale per micia). Si chiamava anche chatulì, che in ebraico significa gatto mio, Bambillona e Megalona, come la dama di un racconto medievale. Ma i suoi nomi veri che accettava e capiva erano Ciociò (il gatto di Salvatore Di Giacomo) e semplicemente Miciona: e davvero era un gatto grosso, grande e nobile. Negli ultimi anni si era fatta magra e minuta come una pelliccia vuota, presbite quasi cieca, ma gli occhi più belli, grandi e vividi e neri, pareva vedessero le intenzioni. Passava le giornate in giardino felicissimamente, un po’ al sole un po’ all’ombra sotto le foglie del rabarbaro e i fiori degli oleandri. Quando sedevo sulla panca, mi sentiva ovunque fosse e spuntava camminando sulla ghiaia con il fastidio di una persona scalza; alzava le zampe per saltar su, e annaspava nel vuoto. Allora battevo sul legno, guidata dal rumore saliva agile, e si rotolava contro la mano. Il cane nero che uccide tutti i gatti del mondo la festeggiava con la coda; ma lei non capiva dove fosse e gli sbatteva contro: fermo fermo [sic] il cane, per non spaventarla non girava neppure la testa, la gatta apriva la bocca e soffiava (da qualche tempo si accontentava di un simbolo). È andata a morire in luogo occulto, la gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, amava il silenzio e le zucche cotte. La vita tra gli uomini l’aveva trasformata, di gatto conservava solo la vaghezza e la sapienza, per il resto era diventata una persona, e me la sentivo accanto come una specie di parente strettissimo e magico. Ora ha varcato l’Acheronte e cammina con incerto passo in un buio che la cecità le ha reso familiare. Le vengono incontro le ombre come al morto Tibullo; tante piccole ombre, tutti i suoi gattini, e i due mici bianchi e neri, Pinguino I, e Pinguino II che amava sedere in una bacinella bagnata, e visse poco e male tra morbi di ogni genere; e l’ombra austera dello stornello parlante che le tirava le orecchie col becco, la chiamava per nome sgridandola con furia e le beccava il naso; e l’altro stornello che morì per una mosca avvelenata e le saliva sulla schiena per essere più vicino alla stufa; e gli spettri informi di tutti i piatti rotti da lei, come quarti di luna. Una fetta della mia vita sento ch’è passata ora che la gatta non c’è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana. Mi appare il suo fantasma piccolino, sulle poltrone, o sul frigorifero ove consumava al sicuro i suoi lentissimi, intermittenti e sofistici pasti, e sento il suo saluto grazioso, e il rumore dei sassolini pestati dal suo passo quando mi seguiva qua e là. Ogni uomo in qualche cosa ha peccato è si è reso meno grato; ma un animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti. Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l’Acheronte e i morti vi possono entrare senza che Orfeo debba trarli fuori con incantesimi e musica. Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare, e una foglia di rabarbaro per l’ombra.

Paolo De Benedetti, Nonsense e altro.

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